Notions.

Ultimamente ho visto molte cose belle che mi ispirano molto nella mia vita quotidiana e che magari mi danno un po’ più entusiasmo in queste giornate cupe. Così ho pensato che se vi piace questo blog e volete che vi pesino un po’ meno gli ultimi giorni di ferie… potremmo condividere alcune di queste cose :)

Mi piacciono molto i ritratti di donna di Nirav Patel: sguardi misteriosi, accattivanti, che dicono tutto… nella semplice cattura di uno scatto.

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Inoltre, per quanto io sia digitale, non mi perdo un giornale di interior design e così ho visto qualche bella casa o dettagli particolari. Come questa casa in Sicilia, sul golfo di Trapani:

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Inoltre ho “scoperto” questa designer americana. Julia Kostreva è una direttrice creativa e una graphic designer freelance dal 2010. Dal 2011 il suo studio e creative store è a San Francisco.

Julia Kostreva - Design Studio   Shop - Coveted Home Goods and Accessories

 

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Adoro questi vasetti.

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Last but not least, e soprattutto 100% italiani: Origami Videography, made in Trento. Per me è stato un colpo di fulmine… soprattutto grazie alla scelta delle musiche. Ecco solo uno dei loro bellissimi video:

 

 

It’s the little things

Ho deciso di chiamare questo post così, mi piaceva, mi piaceva anche un po’ quella sensazione diversa, ma familiare che ne dà la traduzione inglese… “sono le piccole cose” a fare tutta la differenza del mondo.

Il viaggio in treno con la testa fuori da finestrino, “To kill a mokingbird” di Harper Lee, un paio di messaggi con le amiche che ti accompagnano su e giù in queste giornate piovose.

Le ferie che si avvicinano e che lentamente ci avvolgeranno in una bambagia di relax.

Qualche bella canzone come quelle che ho cercato di mettere in questa playlist:

 

Kinfolk, Monocle e Cereal Mag ti aiutano a vedere il sole dietro la pioggia.

Le braccia tra cui ti nascondi la sera. La notte.

Ho bisogno di ferie, che saranno più o meno così:

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L’arte di prendere il sole

© Tadao Cern

Tadao Cern è un ex architetto che dal 2010 si occupa di fotografia.

Il suo nuovo progetto si chiama Comfort Zonediversi bagnanti dormono stesi sulla spiaggia e sono fotografati dall’alto.

Cern spiega che  le persone sembrano dimenticarsi posture e atteggiamenti “normali” quando si è in pubblico, rassicurate dal fatto di non essere le uniche ad agire in quel modo.

“Lavorare in serie permette di confrontare particolari e dettagli: per chi guarda è un ottimo modo per osservare le differenze e le uguaglianze tra le fotografie. In questa serie, ogni bagnante è steso su un asciugamano che gli “assomiglia” e gli oggetti sparsi intorno ne raccontano diversi aspetti.”

Sul sito di Cern è possibile vedere altri progetti, tra cui Blow Job che ha avuto moltissimo successo nei mesi scorsi. Tadao Cern ha anche una pagina su Facebook.

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Goodbye, Massimo Vignelli, goodbye.

Cerco di non trattare mai argomenti tristi, ma in questo caso ritengo giusto e doveroso dedicare un pensiero e due parole a un grande artista che si è distinto nel mondo del design in modo eccelso e che ieri si è spento in quel di New York, dove viveva da anni.

Vignelli

Una delle leggende del design italiano, per chi ancora non lo conoscesse, noto soprattutto per la sua iconica e a dir poco controversa versione della mappa della metropolitana di New York realizzata negli anni ’70.

Impegnandosi sempre a raffinare la tradizione moderna, cercava che il suo design fosse

“visually powerful, intellectually elegant, and above all timeless”

uno dei tanti slogan presenti nel suo studio a New York, Vignelli Associates, che ha fondato nel 1971 con sua moglie Lella.

“Se puoi disegnare una cosa, puoi disegnare tutto” era solito ripetere. Ha aiutato a definire il territorio visuale e cultura del ventesimo secolo lavorando per brand del calibro di American Airlines, IBM, Bloomingdale’s, fino agli elettrodomestici, libri, pezzi di arredamento, mostre, grafica, font e interior design.

Vignelli ha vinto premi tra i più prestigiosi nell’ambito del design, compresa la medaglia d’oro AIGA nel 1983, sempre in compagnia della moglie Lella, il primo Presidential Design Award consegnato da Ronal Reagan nel 1985 , e la National Arts Club Gold Medal for Design nel 2004, per terminare con il premio alla Carriera da parte del Cooper Hewitt National Design Museum più recentemente, nel 2005.

Nato a Milano nel 1931, nel periodo immediatamente antecedente la Seconda Guerra Mondiale, spesso ha dovuto affrontare situazioni inusuali come abbandonare le lezioni a scuola a causa dei bombardamenti in atto. “Non so come sono sopravvissuto” ha dichiarato al quotidiano Epoch Times nel 2012, dicendo di aver scoperto che i bambini hanno un istinto di sopravvivenza che va oltre ogni confine immaginabile. Comunque ci ha sempre tenuto a rimarcare la sua fortuna, credendo di essere nato in una generazione fortuna e che se così non fosse stato, non avrebbe mai avuto la possibilità di essere in guerra e di imparare lo sforzo e la dedizione che poi lo ha aiutato a diventare un designer.

Già da teenager era “ossessionato” dal design, da quando sua madre lo portò a vedere la casa di un’amica interior designer. Prima di allora non aveva mai realizzato che tutto ciò che si trovava attorno a lui fosse stato disegnato e progettato interamente da esseri umani: questa idea rese tutto molto accattivante. Così inizio a leggere e studiare libri e magazine di design, tutti quelli a cui poteva accedere, passando così il suo tempo libero a disegnare nella sua stanza.

A 16 anni iniziò a studiare e lavorare nell’ufficio di un architetto. A 18 anni studiò prima al Politecnico di Milano e poi alla Facoltà di Architettura a Venezia. Pochissimo tempo dopo frequenteva gli stessi circoli di architettura in cui bazzicavano nomi del calibro di Le Courbusier, Mies van der Rohe, Alvar Aalto e Charles Eames.

Vignelli conobbe sua moglie Lella a un congresso di architettura e si sposarno nel 1957. Dopo tre anni fondarono un “office of design and architecture” a Milano, disegnando e progettando per brand europei come Pirelli, Rank Xerox e Olivetti. La coppia si trasferì a New York City nel 1965 e nel 1971 aprirono il loro studio Vignelli Associates.

Il suo arrivo a New York è stato senz’altro drastico, con il redesign della New York City subway map. Dopo che la mappa è stata introdotta del 1972 le critiche sono piovute incessantemente; stazioni leggermente spostate, la strana forma quadrata di Central park, l’acqua color beije anzichè blu, … esistevano anche al tempo i focus group, ma, giustamente (n.d.s.), Vignelli  non li riteneva affidabili e l’intero processo di supervisione fu saltato. Così la cartina, anziché intricarsi in combinazioni difficoltose, era diventata un vero e proprio diagramma. Ovviamente solo i “design geeks” apprezzarono la traslazione elegante di quella che è invece una realtà sicuramente confusionaria.

Nonostante la MTA optò per una nuova versione nel 1979, Vignelli nel 20122 fu incaricato di creare una versione interattiva della stessa io occasione del MTA “Weekender” program.

Vignelli era molto preparato ed efficiente nell’articolare la sua filosofia, i suo aforismi infatti sono altrettanto eleganti, “la giusta forma dell’oggetto è il significato dell’oggetto stesso”, disse in un’occasione per descrivere la preferenza su un processo creativo che indagava le forme.

Negli ultimi anni ha scritto numerosi libri, con l’obiettivo di diffondere la sua saggezza e la sua visione a giovani creativi, tra questi The Vignelli Canon(2009) e Vignelli A to Z (2007). Nel libro di Debbie Millman, How to Think Like A Great Graphic Designer, ha offerto una grande spiegazione di quello che il design rappresentava:

 

It is to decrease the amount of vulgarity in the world. It is to make the world a better place to be. But everything is relative. There is a certain amount of latitude between what is good, what is elegant, and what is refined that can take many, many manifestations. It doesn’t have to be one style. We’re not talking about style, we’re talking about quality. Style is tangible, quality is intangible. I am talking about creating for everything that surrounds us a level of quality.

 

Termino con una mia riflessione, che parte dal fatto che avrei voluto fare questo post un paio di settimane fa, quando Vignelli era ancora in vita e quando suo figlio, consapevole del suo grave stato di saluto, ha inviato un commovente messaggio a tutto il mondo del design e non solo.

Il messaggio chiedeva che chiunque fosse stato influenzato o ispirato dal lavoro del padre, gli scrivesse una lettera.

“Designers from all over the world penned notes of appreciation, awe, and gratitude to the man who’s been called the “grandfather of graphic design,” and many posted those letters online as well, with the hashtag #dearmassimo. The outpouring of love from the design community is perhaps a stronger testament to Vignelli’s influence than even the most prestigious award.”

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Mr. Vignelli said he would have liked the job of developing a corporate identity for the Vatican. “I would go to the pope and say, ‘Your holiness, the logo is O.K.,’ ” he said, referring to the cross, “but everything else has to go.”

The New York Times

Pause, that’s all we need.

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È quasi inutile ripetere che più le cose sono inaspettate e più riescono a sorprenderci, soprattutto se di materia per sorprenderci ce n’è molta.

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Gli ingredienti sono semplici, ma, come tutte le cose semplici, se sono di qualità, fanno tutta la differenza del mondo.

Due socie con molta voglia di fare, una passione per i viaggi esotici e un background nel mondo della moda e del design hanno reso un piccolo locale nel centro di Buenos Aires un piccolo angolo di pace un po’ swing, un po’ shabby.

Pause infatti, con una innata maestria,  sposa diversi generi tra cui il semplice fatto che si tratti di un bar, ma al contempo di un negozio. Ed è proprio mentre assaporate il vostro cappuccino di soia o la torta al rabarbaro, che entra il fruttivendolo e consegna al banco la frutta fresca, la vicina di tavolo rimprovera il cane che abbaia e una giovane ragazza prova qualche abito vintage recuperato dalle socie nell’ultimo viaggio in Tailandia.

Ricercatezza nei dettagli, un pizzico di originalità, la voglia di esporre artisti e artigiani italiani, una spolverata di internazionalità e il dessert è pronto.

Il resto? Beh, ve lo dice il nome stesso.

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Pause

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www.pausemilano.com
Facebook: Pause
Via Federico Ozanam 7
20129 Milano
Tel 02 39518151

Aperto: lun e sab 8 – 21; mar – ven 8 – 22

 

Foto: Francesco Caruso

 

Google House, Milano.

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In un tranquillo vialetto residenziale della Fiera di Milano s’incappa in una Vespa più egocentrica del solito, sospettosamente parcheggiata fuori. I colori hanno qualcosa di molto familiare, tanto quanto l’icona di un social network qualunque.

Si tratta del blu, rosso, giallo e verde: la palette che vuol “dire” Google.

È l’ingresso della Google House, villetta su tre piani che solo per due giorni ci racconta un futuro prossimo ancora più Google-dipendente.

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Non occorre cablare la casa con chissà quali tecnologie di nuova generazione per vivere in modo “intelligente”. Sfruttando le potenzialità della Rete, «basta affidarsi a Google». Il gigante di Mountain View ha deciso di dimostrare, anche agli italiani, come sia possibile migliorare la vita quotidiana di ciascuno di noi con il semplice uso delle app e di una connessione a internet veloce.

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È nella Google House allestita in via Ravizza 53/A a Milano che in queste ore prendono forma le diverse applicazioni smart: in una villetta privata, affittata per l’occasione e aperta al pubblico, è possibile toccare con mano tutte le funzionalità messe a punto dall’«ecosistema Google» al servizio della persona e testare, in un tour dimostrativo di pochi minuti, le app sul proprio smartphone o tablet.

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Dopo il successo delle edizioni di New York, Londra e Parigi, la Google House è arrivata così anche a Milano, dove starà un paio di giorni (non aperta al pubblico) per poi traslocare a Madrid e a Mosca. Lo scopo è far conoscere, unendo design e tecnologia, le tecnologie già disponibili sul mercato e raccontare come può essere la vita domestica nella «era Google».

Ma cosa è possibile fare nella casa “formato Google”?

Si può chiedere al proprio tablet con un solo comando vocale, mentre si è indaffarati ai fornelli, di cercare una ricetta online, oppure di impostare un alert sullo smartphone per ricordarsi di spegnere il forno dopo 30 minuti di cottura. Attivare il motore di ricerca con il solo comando vocale può essere davvero utile mentre si è concentrati nelle faccende domestiche.

Dopodichè è possibile entrare in una cabina armadio, dove al posto dello specchio vi è un plasma pronto a lanciare hangout di salvataggio: ovvero video-chat a tutto schermo con i contatti di gmail (per un max di 10 contatti in contemporanea) fino ai tutorial da milioni di condivisioni.

L’essenza della Google House è dunque il wi-fi: ci dobbiamo arrendere?

Sconnettersi non è possibile, neppure quando si torna a casa dalle vacanze e si fa sfoggio di un album fotografico degno di un videomaker (ringraziate Google+), con musiche free dai copyright montate direttamente dalla playlist di Youtube?

E che succede quanto tutto si spegne e cala la notte? Provate a chiederlo a Google Voice o forse. che sia il caso di spegnere lo smartphone e dormire?

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Mens’ Personal Shopper: The Cloakroom

Schermata 2014-05-16 alle 11.28.30Ormai l’online personal shopping è diventata una cosa sera. In Inghilterra abbiamo recentemente visto il lancio di Thread, che sta avendo molto successo ed è solo uno dei tanti esempi di siti che mettono a disposizione una personal shopper online.

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Ora anche The Cloakroom sta facendo il grande passo, soprattutto per avere un target molto specifico e non sempre così dedito allo shopping, ma che forse ha più bisogno di qualcuno che si occupi del proprio aspetto e che faccia sii che si ritrovi tutto “bell’e pronto” all’interno del proprio armadio: gli uomini.

Questo servizio online è nato ad Amsterdam ed è stato lanciato 11 mesi fa, ma sta risucotendo un grand successo, fino ad aver raggiunto 1,2 Milioni di Euro da importanti investitori.

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Tutto è iniziato tra le mura di un piccolo appartamento e ora, dopo così poco tempo, è composto da un team di 30 persone tra sviluppatori e “fashionistas”, termine che non amo, ma che in questo caso rappresenta bene il concetto. Lo showroom è nel centro della meravigliosa Amsterdam ed è tra i loro obiettivi espandersi in diverse città-Paesi europei.

I founder, Danes Kasper Brandi Petersen and Asbjørn Jørgensen, hanno fatto sì che sin dal primo accesso il sito assegnasse un personal shopper a persona, il tutto in modo gratuito. Dopo aver compilato un brevissimo e semplicissimo quiz in cui si esprimono gusti e preferenze tra diverse marche, look e stili, il personal shopper contatta immediatamente e direttamente l’utente per discuterne i bisogni e desideri.

Al termine di questo processo si riceve a casa una scarola con gli articoli accuratamente selezionai e con una nota personale scritta a mano. Il cliente guarda, prova e sceglie cosa tenere e rispedisce le cose che non vuole. Tutto questo processo avviene gratuitamente e il cliente paga solo al termine di tutta l’operazione e solo ed esclusivamente la merce che ha deciso di acquistare (nessun servizio di spedizione è a carico dell’utente-consumatore).

Sin dal principio The Cloakroom ha creato diverse partnership con diversi brand famosi nel mondo della moda, tra cui Hugo Boss, Tiger of Sweden, Scotch & Soda, Filippa K and Tommy Hilfiger.

The Cloak Room - Men's Clothes Selected by Style Experts Shipped Free