Cliffhanger's Blog

Words of a life lover…

Archive for the category “C’ERA UNA VOLTA…”

Bruxelles

Un bel pò di tempo fa, diciamo pure che correva l’ormai lontano 2009, io e alcune mie compagne di univ-amiche ci guadagnammo un ‘bel’ viaggio a Bruxelles.

All’epoca probabilmente nemmeno sapevo che cosa fosse un blog….e così non ebbi modo di parlarvene. Non fu una gran esperienza e non mi piacque molto, spesso mi ritrovo a dire che è la città più brutta che io abbia mai visitato.

Ma oggi una mia ‘amica’, se così si può definire :-P , è partita per una due giorni nella più importante sede di molte organizzazioni europee.

La città si divide in due parti tra loro ben distinte: la nuova e la vecchia. Girarla tutta a piedi in pochi giorni è impensabile, per cui vi suggerirei un investimento di 7 euro su uno di quegli autobus rossi alla british che vi permettono di salire, scendere quando volete e di perlustrare la città in dolce compagnia di una voce guida.

‘Manneken piss’ è una delle più grandi attrazioni della città, niente più che una fontana a forma di putto che fa la pipì. Seguono, in fatto di fama, il museo del cioccolato e tutte le pralinerie o fornitori di waffel del caso…

Sottolineati i punti turistici della città, vi inviterei a visitare la casa museo di Victor Horta, famoso esponente dello stile liberty, la passeggiata tra i murales della città e il pittoresco quartiere Place Sainte-Catherine.

In Rue de Harengs c’è un localino talmente squallido da meritare una visita: un ensemble di bare, ossa e lumini di gusto piuttosto dubbio. Peraltro nella stessa via c’è un ostello degno di ogni attenzione per chi cercasse anche un alloggio a costi ridotti.

Ma parliamo della cosa più importante: dove mangiare? A Bruxelles non si mangia affatto male!

Mi permetto di spezzare una lancia in famore del locale ‘Amedeo’, tra scaffali e tovaglie da osteria leccarsi le dita dopo aver mangiato le loro famose costolette sarà un piacere. Il mio cuore però è rimasto al ‘Fin de Siecle’ in Rue des Chartreux 9. Lì ho bevuto la mia prima Leffe, una squisita bionda belga e affondato i miei denti in delziosi piatti tipici.

Nel post serata, tenendo presente che la maggior parte dei locali chiudono alle 2 am, mi butterei a mani basse in uno di quei posti che offrono menu di almeno dodici pagine in cui si possono leggere solo nomi di birre.

Non credo di aver detto tutto, ma credo di aver detto ciò che non dovrete perdervi quando ospitati dalla poco ridente cittadina francofono-fiamminga.

Un’altra cosa brillante che potreste scegliere di fare è abbandonare la capitale per un giorno per recarvi a Bruge, uno dei posti più carini d’Europa, da visitare, ma soprattutto da vivere in una giornata di sole e relax.

Christmas lights

Quella mattina di Natale le strade di Londra erano deserte. La mia città era deserta come non lo era mai. Per quello mi misi una tuta, la sciarpone che mi aveva fatto mamma un paio di anni fa, gli stivali e scappai. Scappai da quelle quattro mura.

Quelle mura mi stavano mettendo l’ansia, mi sembrava di esserci intrappolato dentro, proprio ora che dovrei sentirmi più libero che mai.

Avrei potuto scegliere di passare un Natale tranquillo e avrei potuto scegliere di far passare un Natale tranquillo a molta più gente. Avrei potuto far passare un altro falso Natale e magari poi tutto si sarebbe risolto. Invece no. Quest anno la mia vita era cambiata ed ero veramente diventato intollerante nei confronti di ogni tipo di falsità. Ecco, quest’anno sono diventato più irritabile in generale. Falso, finto e superfluo mi irritano.

Mi irrita quello che a pranzo parla di panettoni e quella che ci descrive alla perfezione la dieta che farà nei giorni successivi alle feste e quanti minuti al giorno deve correre per raggiungere gli obiettivi dell’ultima delle diete americane sviluppate dal più celebre dottore di Beverly Hills. Mi irrita l’ipocrisia. Mi irrita vedere gente che si ammazza in giro nei negozi per comprare un cazzo di inutile regalo e che non sa nemmeno perché è al mondo. E forse mi irrita anche pensare che loro credano che io sia un matto, un depresso, uno che non ha capito un cazzo della vita.

Due sere fa, era il 23, sono tornato a casa dopo essere rimasto a lavoro fino alle 20 ed aver passeggiato senza meta fino alle 21. Sono arrivato a casa a piedi anziché in metro. Ero in lieve ritardo poichè io e Annie saremmo dovuti andare alla cena di Natale a casa di Jack, il moroso della sua amica del cuore(una delle 120). L’ho lasciata.

Sono entrato in casa e l’ho lasciata in tronco.

Sono entrato in casa senza pensare e senza aver pensato prima. Non avevo deciso nulla, non so se fossi in stato confusionale, non avevo assunto nè droghe nè alcol, non negli ultimi 2/3 giorni almeno. Dormivo bene, o almeno così mi sembrava.

Sono entrato in casa, lei era già li e già pronta. Aveva urlato il mio nome appena aveva sentito la porta che si chiudeva alle mie spalle. Ricordo che ho appoggiato la borsa sulla sedia dell’ingresso, come facevo ogni sera prima di togliere il cappotto. Quella sera ho tolto solo i guanti, il calore della casa era davvero fastidioso, ma non tolsi il cappotto.

Andai in bagno dove lei si stava truccando e lei mi disse, mi disse qualcosa di inutile, qualcosa di routinario, qualcosa rispetto al ritardo e alla cena. Io la stroncai, la ammazzai. Ma lei sapeva già, se lo sentiva già. Credette di essere stupita, ma lo sapeva già. In questo sta il punto di forza o il punto debole delle donne, loro sanno, ma sanno combattere, sanno nascondersi l’evidenza, sanno mentirsi. Ed era forse proprio questo che mi aveva portato a quel gesto, così improvviso, così freddo.

Le donne sanno continuare a sperare e io avevo troppa paura che lei sperasse ancora in noi per lasciarla con più tatto.

Io non la amavo, non l’avevo mai amata né ero mai stato innamorato, però all’inizio mi divertivo. Poi ero entrato in una sorta di tornado, quello in cui ti portano certe donne, quelle decise, quelle sveglie, quelle innamorate. E mi ci ero ritrovato dentro e non volevo farmi domande, ma iniziai a provare un disagio. Lei se ne accorse, ma non disse mai nulla.

Quando me ne accorsi io era troppo tardi. Capii che ero io quello sbagliato. Non l’ho nemmeno abbracciata quella sera. L’ho lascita lì, sommersa dalle sue lacrime, soffocata da un pianto incontenibile. E poi sparì. E andai a farmi uno scotch.

I giorni a seguire furono una merda. Mi sentivo sbagliato, mi sentivo che lei non c’entrava un cazzo e che le avevo fatto un male cane. Mi sentivo stronzo perché non la pensavo e non mi mancava.

Sono strano e per quello piaccio alle donne. Ho le mie idee e penso sempre e solo con la mia testa. Non sono un egoista, ma è difficile che mi piacciano gli altri. Davvero difficile.

Il giorno dopo decisi di mandare a fanculo anche il Natale e di conseguenza i miei. Provai un senso di libertà e di potere infinito. Se avessi potuto avrei mandato a fanculo tutti e sarei andato a lavorare come se fosse un normalissimo giorno dell’anno.

Quando finì di mandare a fanculo tutti, capii.

Capii che dovevo mandare a fanculo uno solo.

Mi hanno raccontato una storia…

Sono alcuni giorni che penso se aprire un nuovo blog tutto incentrato sullo yoga e il benessere o se semplicemente inaugurare una nuova sessione del mio blog. E’ bastato pensare un attimo a chi sono e ho preso la mia decisione, io sono un gran casino e di conseguenza il mio blog sarà tale.

Questa storia aprirà questa sezione, che nella realtà dei fatti c’è sempre stata, ma compariva più sotto forma di storie di vita, piuttosto che ‘condividiamo un sapere non molto diffuso, che può dare molto a molti!’.

Il mio nuovo maestro di yoga, e badate bene che per la prima volta dopo mesi non ho usato la parola istruttore, oggi ci ha raccontato una storia.

Tanti anni fa conobbe un medico tedesco che un giorno gli chiese di insegnargli il saluto al sole. Lui in un’oretta abbozzò qualche esempio di pratica e poi si salutarono.

Si rividero sette anni dopo e il medico non stette nella pelle e comunicò subito al maestro che lui svolgeva sempre la sua pratica quotidiana e che avrebbe molto desiderato mostrargli i suoi saluti al sole. Il maestro accettò e si ritrovò a guardare dei saluti con moltissimi errori, ma che nel quotidiano diedero comunque moltissimo al medico.

Il medico inoltre voleva imparare a meditare e pur essendo molto rigido e ancora alle prime armi, chiese ad un maestro di meditazione zen, una delle più complesse, di partecipare ad un suo seminario; questi seminari prevedono sessioni di meditazione della durata di sette ore.

Il secondo giorno il medico si spazientì, anzi si infuriò, sentì male ovunque, si innervosì e decise di rincasare. Sicchè il seminario lo prevedeva, il medico decise di parlare con il maestro. Si videro, gli spiegò tutta la sua rabbia e frustrazione e gli comunicò la disdetta.

A quel punto il maestro disse solo una cosa:

‘A CIPRESS IN THE GARDEN!’

Il medico, sicuramente pronto ed aperto, scoppio in lacrime e sentì al suo interno un punto di rottura.

La rabbia svanì e lui proseguì il seminario sino al termine, ritrovandosi e riscoprendosi non solo ben disposto alla meditazione, ma fisicamente molto flessibile e senza più alcun tipo di dolori.

Il medico, in quanto tale, si chiese come fosse possibile che a uno sblocco spirituale potesse corrispondere una tale apertura fisica.

MIND, BODY AND SOUL dev’essere la risposta.

Chi pratica yoga, conosce già la corrispondenza di questa storia al vero. Chi non la pratica è sempre invitato a farlo.

Io nella pratica di oggi ho molto pensato a una persona che vorrei portare con me…l’ho già fatto con altre amiche.C’è chi coglie e c’è chi no.

Come tutte le cose, lo yoga non è per tutti.

Good life

E quando l’egoista diventò mio amico, e il mio migliore amico si vide con la sua coinquilina e si confermò mio migliore amico, e quando la mia migliore amica piombò qui nel momento di casino più totale rallegrando ogni mio giorno, e l’altra partì ma sapendo che ci saremmo ritrovate prestissimo ancora più vicine di prima, e quella canzone risuonava nella mia mente e mi rassicurava sul futuro, e le voci dei miei amici creavano imperdibili onde di note, e anche loro due divetarono uno parte dell’altro per una notte, e io mi chiedevo se anche l’altro amico dell’amico sarebbe un giorno diventato parte della mia vita, e mia nonna se ne andò, avvicinandosi a me e a zio, ancora più, ricordandomi le priorità,

 

e disegnandomi il prossimo passo della mia vita.

Emorazionale

Dopo quella sera lei non riusciva a capire se avesse voglia di richiamarlo o no. Anzi, non riusciva a capire se voleva che lui la richiamasse o no. Lei credeva di no, ma continuava a guardare il telefono. Era voglia di qualcuno o era voglia di lui?

Alcuni giorni dopo, lei guidava, dopo un’intensa giornata di lavoro. Stava rincasando. Era quella l’ora in cui sentiva sempre la voglia di qualcosa di inusuale. Forse perché dopo un giorno routinario era quello il momento in cui qualcosa doveva irrompere e cambiare le cose.

E dopo settimane che nessuno infrangeva quella routine, capì che era il caso che lo facesse lei. Ovviamente lui doveva far parte del dipinto. Si chiese, per un solo secondo, se avrebbe dovuto solo cancellare quel numero per sempre. L’impulsività ebbe il sopravvento e nel giro di due minuti aveva organizzato un’uscita con amici. Con ‘amici’. Con lui e con ‘amici’.

Lui non poteva far parte di quel gruppo, ma lei doveva giustificare la sua incoerenza agli occhi degli altri. Era tanto brava a sputare sentenze sulle vite degli altri, quanto a nascondere le tristi realtà sulle sue scelte.

E siccome quella sera non era una sera come altre, ci mise un’eternità a prepararsi, cambiandosi più volte e cercando, per tutto il giorno, di non pensarci.

Solo giorni dopo si rese conto che alla fine, degli altri, non gliene fregava niente. L’unica persona che voleva convincere era se stessa. E pensava davvero che così ce l’avrebbe fatta. Dall’altro lato però, sapeva che la negazione le avrebbe fatto solo male. Così continuò a spelare quella cipolla, fino a quando le lacrime non sarebbero finite. E la sua dignità si sarebbe consumata.

Non capì mai fino in fondo perché era fatta così. Lei, così emozionale, sperava forse nella razionalità degli altri per trovare risposte. Ma non bisogna mai, mai sperare negli altri.

Allora quella sera scelse l’unica via, che almeno per le prossime ore le avrebbe dato facili risposte. Ma non ci sono soluzioni facili a problemi difficili. O forse in questo caso basterebbe dire che non ci sono soluzioni difficili, a problemi facili o addirittura inesistenti.

Si trovò così, trascinata da qualche bicchiere di troppo, in quel marasma di gente falsamenente sorridente, felice e pronta a mostrare al mondo quanto la propria vita fosse scinitillante. Fu una di quelle per un po’.

E lui era lì, gentleman come sempre, con tutte le attenzioni del caso, ma con quella solità aria di menefreghismo. Quel suo essere arrogante e quasi un po’ maleducato, che probabilmente era ciò che teneva vivo in lei quell’ardente desiderio nei suoi confronti.

Non poteva credere di essere, lei, così diversa, a sua volta coinvolta in quel clichè per cui alle donne piacciono gli stronzi. Ma lo era per davvero e più tempo passava, e peggio le cose andavano, e più lei si rendeva conto di essere la regina di quel detto.

E senza nemmeno rendersene conto, si trovò spalle al bancone del bar, con gli occhi di lui piantati dentro, senza capire cosa stesse succedendo, ma sapendo quale sarebbe potuta essere l’unica fine di una serata iniziata così.

Gli morse il labbro. Sentì il desiderio impossessarsi di lei. Il sesso di lui che iniziava a farsi sentire. Lo spinse, lo provocò, lo allontanò, gli bisbigliò qualcosa all’orecchio e se ne andò.

Il giorno dopo seppe che non aveva voglia di lui. O che non doveva averne.

Sweet surrender.

Dopo aver chiesto dell’altra vodka, si alzò e andò in bagno, lasciandolo lì, con il cellulare in mano.

Quando arrivò davanti allo specchio tirò un sospiro di sollievo perchè vide la sua stessa faccia e si ricordò chi è. Mosse la testa da destra a sinistra e dall’alto al basso almeno un paio di volte, si guardò e si chiese perchè non si sentiva se stessa. Era lui con la sua arroganza e sbruffonagine oppure semplicemente non era la serata giusta?

Comunque la sua presenza iniziava a darle fastidio, tutta quel sicurezza in se stesso, i piedi sulla sedia del tavolino a fianco. L’aria di chi può sfottere tutto e tutti. Di chi non ha paura di niente.

Tirò un altro sospiro, rilassò la schiena, addominali in dentro, petto in fuori e via. Tornò al tavolo con un mezzo sorriso poichè tra se e se si era detta…è un appuntamento, non una lezione di yoga.

Quella circostanza le era talmente non familiare che la sua voce guida le dava le stesse istruzioni che riceveva quando andava in palestra o ad un colloquio. Se solo lui avesse potuto leggerle la mente si sarebbe alzato lasciandola lì. Senza spiegazioni.

Invece le chiese perchè sorrideva, e lei disse che aveva appena ricevuto un simpatico messaggio da un’amica. In realtà un paio di uscite prima gli aveva svelato quale fosse il suo segreto rispetto alle risate destate dai suoi stessi pensieri: tirava sempre fuori il telefono e faceva finta di parlare con qualcuno o di leggere qualcosa, ma lui ovviamente questo non se l’era ricordato. Come non si ricordava nulla di lei. Era troppo preso da se stesso.

Talmente preso da se stesso che non si rese conto che i complimenti che continuava a farle erano falsi e che lei non arrossiva più. I suoi occhi non brillavano più. Il suo sorriso era finto.

Lei era talmente scombussolata ed infastidita da quell’uscita che non voleva ne restare, ne andare a casa. Ne tantomeno parlare. Voleva che continuasse a decidere tutto lui e che tutto finisse. E’ incredibile come sia facile cambiare idea su una persona.

Anzi, pensò che era ancor più incredibile come una persona possa essere l’opposto di quello che sembra a primo impatto. Di come uno possa essere diverso da come si racconta, attraverso i suoi gesti, le sue storie…i testi delle sue canzoni.

Lei però continuava a credere in lui. Non molte ragazze sono abili a capire dove sta quella sottile linea che differenzia uno stronzo vero da uno che finge di esserlo semplicemente perchè rende tutto più semplice. Lei credeva di avere questo sesto senso, d’altronde era così che erano nate molte delle sue amicizie maschili…ma qui trovò resistenza, una grande difficoltà a permeare. Ed era presto. E certe cose succedono spontaneamente. O non succedono mai.

Si alzò seccata e gli intimò di portarla a casa.

Lui per un attimo fu imbarazzato, poi capì che non doveva fare domande. Ma poi riuscì il suo ego e tirò fuori una battuta fuori luogo e disse che anche lui doveva andare.

Salirono su quel cesso di macchina. E lui si tenne gli occhiali.

Il muro

Quello che le era sembrato un matrimonio perfetto, stava lentamente diventanto una catastrofe. O almeno questo era quello che lei credette quanto i primi intoppi si fecero presenti nella loro vita quotidiana.

Non capì come in 4 anni non fosse riuscita a cogliere l’esistenza di quel muro. Ora le sembrava un ostacolo insormontabile e non riusciva a passare un giorno, senza che lei non ci pensasse.

Lui era chiuso, era marmo. Era la persona più leggera e socievole di questo mondo, ma le sue cose, quelle, erano chiuse in un baule nel più profondo degli oceani, e quel che a lei parve incredibile è che sembrava che lui non ne fosse nemmeno a conoscenza.

Credette dovesse essere lei a dover imparare a sbucciare la cipolla e si diede da fare, poichè lo amava, e non lo avrebbe di certo perso senza provarci.

EGOISTA

Stamattina quando mi sono svegliato ero confuso. Devono essere stati quei due bicchieri di troppo.

L’uscita con lei mi aveva divertito, ma stamattina sentivo solo il sapore di una notte come tante. E lei era lì che dormiva tranquilla, o cha faceva finta…le donne lo fanno spesso per sentirsi guardate di prima mattina, quando il sole attraversa le fessure delle tapparelle.

Io invece che guardarla sperai si smaterializzasse. Non avevo voglia.

Andai a farmi una doccia per levarmi di dosso tutto ciò che mi era rimasto di lei.

Il telefono sul divano mi ricordò gli insistenti messaggi di un’altra. Stava davvero diventando insopportabile, con quella sciarpa. Pensai che la gente non ha proprio un cazzo da fare, lei di certo.

Di donne nella mia vita ce n’è  e ce n’è stata una sola: mia madre. Per il resto non c’è più spazio. In questi 25 anni ho voluto imparare ad essere egoista perché la mia fragilità mi aveva solo portato insidiose scocciature, o sofferenze.

Adesso avevo tempo ed energie solo per seguire il mio sogno.  E degli altri non me ne fregavpiù niente, tanto quello che dicono e quello che fanno lo fanno per se stessi, qualunque cosa riguardi. Non ha senso che io vada in giro a fare il finto altruista come fanno tutti.

Io faccio il vero egoista. E me ne frego.

Quando sono uscito dalla doccia lei era ancora lì che dormiva. Dannazione! Questa stanza puzzava di sesso. Sì, puzzava. Quella mattina mi pesava tutto.

Indossando solo i boxer andai in cucina a prepararmi un caffè. Caterina era già sveglia.

‘Guarda che ieri è passata l’italiana. Ti cercava.’

Cazzo. Non è possibile, anche a casa adesso?!? A volte mi chiedo se il mondo non sarebbe molto più facile senza le donne, poi però mi ricordo quanto invece sarebbe brutto starne senza.

Che poi in un certo qual modo lei mi incuriosiva, ma non era certamente il mio tipo, troppo sostenuta, costruita e probabilmente anche difficile da avere. Io non avevo né tempo, né voglia, ma chissà perché anziché troncare ho trascinato un po’ le cose.

Stamattina le lascerò quella cazzo di sciarpa da qualche parte, così la smettiamo. O almeno lo spero. Questi giochetti da dodicennI.

Non avevo più nemmeno voglia di caffè, mi feci un tè e tornai in camera. Aprii le tapparelle e le diedi il buongiorno, con quel sorriso che funziona sempre con le donne.

Con la mia solita accortezza le dissi che a breve sarei dovuto essere in studio e che sarebbe stato opportuno se ne andasse.

Solita reazione del cazzo di chi pende dalle tue labbra. Sorridente mi dice, sì sì, chiaro…stavo per andare. Quando chiaramente le si leggeva la delusione negli occhi. Che false e stupide che riescono ad essere.

Tornai al mio tè, aspettai che fosse sulla porta, le dissi ‘ ci sentiamo nei prossimi giorni, darling’. Ovviamente mentivo.

Non mi feci molti problemi, anche perché ero innervosito dall’idea che quel giorno sarebbe stato inutile andare in studio. Non credo sarei riuscito a produrre nulla di buono. Ultimamente avevo fatto molto e bene, quindi non mi preoccupai.

Tornai a dormire. Mi addormentai senza pensare. Il suo odore, la sua inutile falsità, erano ancora lì e mi infastidivano.

Nido

Sono ancora in ufficio. Sto così bene oggi che non ho proprio voglia di alzarmi e andare a casa a oziare. Ho passato tutto il giorno, dalle 9 a ora(sono le 6) davanti a questo computer, e a parte qualche piccola semplice mansione, mi sono occupata di ricerca, studio e scrittura.

E adesso semplicemente non voglio smettere. Sono drogata da Ludovico Einaudi che la mia collega-blogger mi ha ‘introdotto’ e che la mia amica Arianna, mi ha ricordato di aver sentito live, mentre suonava il piano fuori dalla sua finestra sui Navigli, a Milano, in una di queste prime serate primaverili, a cui nessuno vuole mai mancare.

E sento che avrei sempre più voglia di scrivere, che ho storie nella mia testa, vere o immaginate, che vorrei raccontarvi…

…perchè infondo scrivere è proprio come leggere, ti proietta in un altro mondo, nel mondo in cui vorresti essere…solo che sei tu a scegliere il set, i personaggi e la storia.

Così puoi navigare nel tuo passato, dove vuoi tu, come vuoi tu, come un viaggio nel tempo per cambiare le cose o solo per riviverle. Oppure puoi staccarti da quel filo che puzza di vecchio…e prendere il volo nella libertà incondizionata della fantasia.

Quella lettera cattiva non riesco a togliermela dalla testa. E ogni giorno vorrei riscriverle e spiegarle e dirle ciò che veramente penso, ma sono sicura che mi verrebbe nuovamente sbattuta la porta in faccia.

E come ha detto Alessandra, c’è sempre il giusto momento per ogni cosa…ed ora temo di doverlo aspettare.

Pazienza=virtù dei forti. Ecco perchè dico di essere debole.

Bonjour

Quella mattina si era svegliato e non sapendo cosa fare preferì uscire. Restare in casa mentre la moglie doveva sbrigare le faccende di casa e la figlia chiacchierava di frivolezze al telefono con le amiche, lo avrebbero solo irritato ulteriormente.

Non poteva capire come certe persone potessero ignorare la vita, la vita vera. Sua moglie e sua figlia erano così. Il suo opposto. Non amavano la lettura, la quiete e una buona conversazione.

Per far respirare la sua mente doveva scappare. Era incredibile come anche in un bar si sentisse più a casa che in qualunque altro posto. Un libro e un buon giornale erano il suo mondo o meglio, erano il mondo entro cui gli riusciva facile rifugiarsi e scappare.

Non capiva se doversi pentire delle sue scelte passate, non pensava di doversi rimproverare come padre…eppure qualcosa doveva essere andato storto se ora gli era rimasta tutta questa falsa apparenza attorno.

Ma come tutti gli uomini non ce la fece a tirare avanti lacerandosi le interiora. Aprì il libro e volò laddove i problemi sono solo di altri e si risolvono sempre.

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